Se l’intelligenza artificiale sostituisce il lavoro umano, chi pagherà le pensioni? Tecnologia, welfare, geopolitica e diritti: il vero problema non è l’AI, ma il futuro del patto sociale

Negli ultimi mesi una domanda sempre più spesso emerge nel dibattito sul futuro del lavoro. È una domanda semplice, quasi ingenua nella sua formulazione, ma capace di aprire scenari profondi: se una parte crescente del lavoro verrà svolta dall’intelligenza artificiale, chi pagherà le pensioni?

 

Per comprendere perché questo interrogativo sia così rilevante occorre partire da un elemento fondamentale dell’architettura economica europea. I sistemi pensionistici della maggior parte dei Paesi dell’Unione si basano su un principio di ripartizione: i contributi versati oggi dai lavoratori attivi finanziano le pensioni di chi ha già concluso la propria vita lavorativa. Non è il passato che sostiene il presente, ma il presente che sostiene il presente. Questo equilibrio funziona finché il numero di lavoratori che contribuiscono è sufficiente a sostenere il numero di pensionati.

 

Negli ultimi decenni però questo equilibrio ha iniziato a incrinarsi. La prima ragione è demografica. In gran parte dell’Europa il numero di nascite diminuisce mentre l’aspettativa di vita aumenta. Il risultato è un progressivo squilibrio tra popolazione attiva e popolazione pensionata. La seconda ragione riguarda la trasformazione del mercato del lavoro. Le carriere stabili e continuative che caratterizzavano il Novecento stanno lasciando spazio a percorsi più frammentati, intermittenti o autonomi, che contribuiscono in modo diverso ai sistemi previdenziali.

 

Su questo scenario già fragile si innesta ora una terza forza di cambiamento: l’intelligenza artificiale e l’automazione avanzata.

 

Le tecnologie digitali non si limitano più ad affiancare il lavoro umano. Sempre più spesso ne sostituiscono alcune funzioni. Sistemi di intelligenza artificiale sono ormai in grado di analizzare dati complessi, redigere documenti, progettare componenti tecnici, assistere clienti, svolgere attività amministrative e prendere decisioni operative. Questo processo non riguarda solo il lavoro manuale, ma anche molte professioni cognitive.

 

Il problema, da un punto di vista previdenziale, è evidente. Quando un’impresa assume una persona, quella persona produce non solo valore economico ma anche entrate fiscali e contributive. Il lavoro umano genera imposte sul reddito, contributi previdenziali e contributi sociali. Quando invece la stessa attività viene svolta da una macchina o da un sistema automatizzato, la produzione può aumentare ma quei flussi contributivi diminuiscono o scompaiono. Alcuni studi mostrano che l’automazione può accrescere la produttività complessiva ma allo stesso tempo ridurre l’occupazione in determinati settori, con conseguenze dirette sulle entrate dei sistemi di sicurezza sociale (ScienceDirect, 2025).

 

È da qui che nasce uno dei dibattiti più controversi degli ultimi anni: la cosiddetta robot tax. L’idea è intuitiva. Se un’impresa sostituisce lavoratori con sistemi automatizzati, dovrebbe contribuire comunque al finanziamento del welfare con un prelievo equivalente ai contributi che sarebbero stati versati per il lavoro umano. La proposta è stata discussa in vari contesti accademici e politici e ha trovato sostenitori e critici. Secondo alcuni economisti potrebbe compensare la perdita di entrate previdenziali e finanziare programmi di riqualificazione dei lavoratori. Secondo altri rischierebbe di rallentare l’innovazione tecnologica e spingere le imprese verso Paesi con regimi fiscali più favorevoli (Robot Tax, Wikipedia; IMF, 2024).

 

Il rischio di una competizione fiscale tra Stati non è una semplice ipotesi teorica. In un’economia globalizzata, imprese e capitali possono spostarsi rapidamente verso giurisdizioni più vantaggiose. Il Fondo Monetario Internazionale ha più volte sottolineato che l’aumento della frammentazione geo-economica rende sempre più difficile costruire politiche coordinate su scala internazionale, proprio quelle che sarebbero necessarie per governare transizioni globali come l’intelligenza artificiale e la tassazione del capitale tecnologico (IMF, 2023).

 

Accanto alla robot tax esiste un’altra proposta spesso evocata nel dibattito pubblico: il reddito di base universale. L’idea è quella di garantire a ogni cittadino un reddito minimo incondizionato, indipendente dalla partecipazione al mercato del lavoro. In uno scenario di forte automazione, questo reddito potrebbe essere finanziato dalla produttività generata dalla tecnologia e redistribuito alla popolazione. Tuttavia, anche in questo caso le domande cruciali sono molte. Quanto dovrebbe essere questo reddito? Come verrebbe finanziato? Sarebbe davvero universale o limitato a determinate fasce di popolazione? La Banca Mondiale osserva che il principale ostacolo all’implementazione su larga scala di un reddito universale non è tanto il principio quanto il costo fiscale e la sua integrazione con i sistemi di welfare esistenti (World Bank, 2019).

 

Ma il dibattito economico nasconde una questione ancora più profonda. Che tipo di società nascerebbe da queste soluzioni?

 

Se il lavoro perde centralità come fonte primaria di reddito, si apre un bivio storico. Da un lato è possibile immaginare una società in cui la produttività tecnologica libera tempo e risorse, permettendo alle persone di dedicarsi a formazione, creatività, cura e partecipazione civile. Dall’altro lato si potrebbe delineare un modello molto diverso, in cui una minoranza possiede capitale, infrastrutture tecnologiche e sistemi di intelligenza artificiale mentre una larga parte della popolazione vive grazie a trasferimenti minimi sufficienti alla sopravvivenza ma non alla piena autonomia economica.

 

Il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente osservato che l’intelligenza artificiale potrebbe aumentare significativamente la produttività globale ma anche accentuare la concentrazione della ricchezza e ampliare le disuguaglianze tra capitale e lavoro se non accompagnata da adeguate politiche redistributive (IMF Staff Discussion Note, 2024).

 

In questo senso il reddito di base potrebbe diventare tanto uno strumento di emancipazione quanto un meccanismo di stabilizzazione sociale. Dipende da come viene progettato. Se accompagnato da istruzione accessibile, sanità universale, mobilità sociale e accesso alle risorse produttive può rafforzare la libertà individuale. Se invece sostituisce diritti più robusti e diventa una semplice garanzia di sussistenza, rischia di trasformarsi in una forma di gestione passiva delle disuguaglianze.

 

Queste riflessioni diventano ancora più complesse quando vengono inserite nel contesto geopolitico attuale. Il mondo sta attraversando una fase di crescente competizione strategica tra grandi potenze, caratterizzata da tensioni commerciali, conflitti regionali e competizione per l’accesso a risorse fondamentali come energia, materie prime critiche e infrastrutture digitali. Il World Economic Forum identifica proprio l’intreccio tra trasformazione tecnologica, rivalità geopolitica e transizione energetica come uno dei fattori che plasmeranno il mercato del lavoro globale nel prossimo decennio (WEF, Future of Jobs Report 2025).

 

In uno scenario di crescente frammentazione internazionale, gli Stati potrebbero trovarsi a destinare risorse sempre maggiori a sicurezza, difesa e resilienza strategica, riducendo lo spazio fiscale disponibile per politiche sociali ambiziose. Questo potrebbe rendere ancora più difficile affrontare le conseguenze sociali dell’automazione.

 

Il tema si intreccia allora con una questione più delicata: quella dei diritti e delle libertà personali. Se reddito, servizi pubblici, identità digitale e accesso alle opportunità economiche diventano sempre più mediati da infrastrutture tecnologiche centralizzate, aumenta il rischio che il potere di controllo si concentri nelle mani di pochi attori pubblici o privati. Alcune analisi del Parlamento europeo e delle Nazioni Unite avvertono che l’uso crescente di sistemi digitali e algoritmici nelle politiche pubbliche può migliorare l’efficienza amministrativa ma anche introdurre nuove forme di sorveglianza e discriminazione se non accompagnato da adeguate garanzie democratiche (European Parliament, 2024; United Nations Digital Governance Reports).

 

A questo punto la domanda iniziale assume un significato ancora più ampio. Non si tratta solo di capire chi pagherà le pensioni in un mondo dominato dall’intelligenza artificiale. Si tratta di capire quale sarà il nuovo patto sociale tra tecnologia, lavoro e cittadinanza.

 

La storia delle grandi rivoluzioni tecnologiche insegna che il progresso non determina automaticamente il tipo di società che ne deriva. La rivoluzione industriale ha generato enormi disuguaglianze prima di produrre le istituzioni sociali che oggi consideriamo normali: welfare, diritti del lavoro, istruzione pubblica, previdenza. Allo stesso modo l’intelligenza artificiale non determinerà da sola il nostro futuro. Saranno le istituzioni politiche, le scelte fiscali, la regolazione dei mercati e la qualità della democrazia a stabilire se la nuova ricchezza prodotta dalla tecnologia verrà distribuita o concentrata.

 

In fondo la questione delle pensioni nell’era dell’intelligenza artificiale è solo una porta d’ingresso verso una riflessione più ampia. Se il lavoro umano non sarà più l’unica fonte di valore economico, allora anche i sistemi che distribuiscono quel valore dovranno cambiare. Il vero interrogativo non riguarda tanto la capacità delle macchine di sostituire alcune attività umane. Riguarda piuttosto la capacità delle società di ridefinire il proprio equilibrio tra innovazione tecnologica, giustizia sociale e libertà individuale.

 

Il futuro del lavoro, e quello della protezione sociale, dipenderanno da questa scelta collettiva.

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